Camarda partecipò all’unità d’Italia non con atti concreti, perché non lo consentiva la sua realtà di modesto centro, ma con una tensione morale e civile profondamente avvertita.
Questo sentimento aveva ben sedimentate radici da lungo tempo, in quanto si era accumulata progressivamente l’insofferenza contro il vessatorio regime borbonico.
Infatti, sin dalla fine del settecento (quando ancora non s’erano insediati i Borboni sul trono di Napoli) i Baroni titolari dei feudi avevano creato una situazione gravosa per i pastori, che a Camarda erano largamente presenti tra la popolazione, come in tutta la zona delle pendici del Gran Sasso.
I feudatari percepivano dagli agricoltori una percentuale fissa del raccolto, mentre nulla avevano il diritto di pretendere dai pastori, secondo le norme dell’epoca. Pertanto favorivano l’ampliamento delle coltivazioni, riducendo il terreno adibito a pascolo.
Quindi i pastori videro progressivamente diminuire gli spazi a loro disposizione; si verificarono atti di vera e propria ribellione da parte degli allevatori, ferocemente repressi dal governo borbonico, tanto che alcuni pastori furono costretti a darsi alla macchia, dando vita al fenomeno del brigantaggio anche nella nostra zona.
Ciò, anche perché i Baroni continuavano di fatto a perpetuare la condizione descritta, nonostante l’abolizione della feudalità con decreto regio in data 2 agosto 1806.
Pertanto, gran parte della popolazione camardese e degli altri paesi circonvicini nutriva una forte avversione verso il regime borbonico, che andava gradatamente crescendo anche presso i coltivatori, costretti a pagare notevoli tributi soprattutto in natura.
Questo stato d’insofferenza non si attenuò neppure quando il Governo elesse Camarda a Comune, nel 1815, con giurisdizione su Assergi, Aragno e Filetto.
Per giunta, nel paese fu insediato anche un Giudice Conciliatore, i cui atti sono ancora conservati nella Delegazione di camardese. L’Istituzione municipale fu poi soppressa nel 1927.
Ma l’aspirazione a sottrarsi alle pesanti imposizioni borboniche, e quindi ad evocare un Patria unita, si manteneva viva e veniva alimentata dalla silenziosa consapevolezza della privazione di un’autonoma identità e di una vera indipendenza.
Pertanto, i camardesi seguivano con costante attenzione l’evolvere degli eventi che si stavano verificando in altre parti d’Italia.
In un’epoca in cui, nella nostra area, non v’era la diffusione della stampa, le notizie provenivano ugualmente dal contatto che i Camardesi avevano con il mercato di L’Aquila, a cui spesso si recavano per vendere i pochi prodotti che eccedevano le necessità di sostentamento delle esigenze familiari.
Ma soprattutto i Frati questuanti fungevano da giornalisti, comunicando le novità che attingevano dai confratelli che frequentemente si spostavano da un convento all’altro.
Questa funzione dei religiosi fu particolarmente incisiva in una zona, come la nostra, isolata dai grandi flussi di transito e di commercio. Ciò, sebbene lo Stato del Vaticano fosse ufficialmente perplesso circa la costituzione di un’Italia unita, perché temeva di venire assorbito dal nuovo regno.
Quando si realizzò il sogno unitario degli Italiani, anche i Camardesi accolsero con entusiasmo i la nuova situazione.
Ma già nel 1841 si era verificata una rivolta a L’Aquila, alla quale certamente parteciparono i cittadini dell’area pedemontana del Gran Sasso. A maggior ragione poi, accorsero nel capoluogo il 7 settembre 1860, quando giunse la notizia che Garibaldi era entrato in Napoli, segnando la sostanziale soppressione del Governo borbonico.
Lo stesso giorno, l’Intendente Federico Papa, Fabio Cannella ed Angelo Pellegrini costituirono un triumvirato per la reggenza della città, sfilando lungo il corso accompagnati da una folla plaudente.
Le fondate aspettative dei Camardesi furono confermate quando nel 1861 fu proclamata l’unità d’Italia ed il paese continuò ad essere sede del Comune.
I benefici della nuova situazione si verificarono però molti anni più tardi con la sistemazione della rete stradale e la costruzione della ferrovia che passava per Paganica e consentiva anche agli abitanti della nostra area facilità di movimento, ed ancora più tardi con l’installazione della funivia del Gran Sasso.
La leva militare, poi, permise ai nostri giovani di conoscere altre località italiane e di fare esperienze precedentemente neppure ipotizzabili, con un notevole accrescimento culturale.
L’Istituzione della scuola statale, per giunta, fece diminuire il diffuso analfabetismo, arrecando anche un sensibile miglioramento nella coscienza civile in ogni direzione.
Finalmente la pastorizia ebbe la possibilità di svolgersi liberamente, senza le precedenti costrizioni borboniche. Se ne avvalse l’economia familiare che fece registrare un apprezzabile incremento per i proventi nello specifico settore.
Ma anche sotto altri aspetti si verificò un generale miglioramento, anche se rimanevano le modeste condizioni economiche dovute alla connaturale bassa redditività della produzione locale.
Ciò non toglie che anche a Camarda i 150 anni dell’unità d’Italia vengano adeguatamente celebrati, nel segno d’un identità civile e nazionale di cui tutti dobbiamo sentirci partecipi e fieri della nostra storia, ricca di cultura, di scienza e di arte che costituiscono un’eredità morale preziosa quant’altre mai.
Antonio Angelini
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